Nella comunicazione politica, intercettare il pubblico giovane non significa vestirsi da giovane, usare slang a prova di dizionario o forzare posture “cool”. Il pericolo del giovanilismo è evidente: si finisce per costruire un’estetica vuota, che il target percepisce subito come artificiale.
L’obiettivo vero è usare codici, luoghi e voci che siano credibili. Per farlo ci serve una logica collaborativa: connettersi autenticamente con chi vive quel mondo, non portarlo sul palco come oggetto da mostrare. E serve innovare la grammatica comunicativa: tempi, format, ambientazioni, nodi tematici reali, non stereotipi.
Collaborare con maker under 30 nella sostanza
Coinvolgere giovani solo come comparse è una scelta estetica, non strategica.
Affida loro spazi decisionali: ideazione, produzione, montaggio.
Lascia che portino il loro linguaggio — non “tradotto” dallo staff senior — e integralo con gli altri registri comunicativi.
Quando fai questo, non stai facendo “contenuto giovanile”: stai costruendo una relazione comunicativa intergenerazionale senza filtri.
Toni, set e tempi nativi
Il tono dev’essere diretto, conversazionale, senza leziosità.
Niente slang forzato, niente citazioni “da TikTok” a tutti i costi: se il linguaggio non è naturale per chi parla, suona come recitato.
I set devono essere credibili: spazi che i giovani vivono, non palcoscenici istituzionali. Filmati nei luoghi quotidiani — stanze, strade, parchi, studi informali — con luci semplici, senza troppi filtri da Instagram.
I tempi devono essere nativi delle piattaforme: Reels, TikTok, short verticali.
Video lunghi? Va bene, ma parte dal formato breve e costruisci gradualmente.
Rispetta la soglia d’attenzione: apri con un hook, lascia spazi visivi, non sovraccaricare con testo o grafica.
Temi che contano (e come sceglierli)
Non serve parlare di “futuro” astratto. Serve parlare di ciò che tocca la vita concreta: lavoro, mobilità, spazi urbani, ambiente, diritti digitali, relazioni.
A ogni tema corrisponda un punto controverso che il pubblico giovane sente: non solo “noi facciamo”, ma “noi risolviamo questo nodo che ti riguarda”.
Lascia spazio alle domande, al dibattito, alla partecipazione. Non è broadcasting, è dialogo.
Indicatori: stiamo davvero intercettando 18–34 o solo imitando?
- Tasso di interazione 18–34
Guarda metriche demografiche: sono loro a commentare e condividere? - Parola-su-parola
Nei commenti emergono riprese integre del messaggio (“quella frase di…”) oppure solo riferimenti generali? - Salvataggi e replay da utenti giovani
Se salvano, riguardano, ritornano — significa che la comunicazione ha generato imprinting. - Coinvolgimento nel processo
Quante idee, contenuti e montaggi vengono concepiti da membri giovani del team? - Sentimento percepito
Quanto lo stile viene percepito come “credibile”, non “forzato”?
Puoi testarlo tramite sondaggio breve: “Questo contenuto sembra fatto da chi vive come me?”
Costruire comunicazione per giovani non è indossare maschere: è abbassare la distanza.
Chi parla con loro ha bisogno di ascoltare, sperimentare, rimettere in gioco il proprio linguaggio.
Separare il “fare giovane” dal “essere ascoltato dai giovani” è la sfida che può fare la differenza.